LE “FERITE BIANCHE” DI MARTA PAOLANTONIO: QUANDO LA POESIA È UN URLO SOFFOCATO.

Parlare di poesia contemporanea, quando la si intende (e su questo non tutti concordano) frutto del lavoro di autori vivi e vegeti, ad oggi operanti, sembra quasi sempre doversi muovere con cautela in un labirinto di specchi. Il commentatore che si accinge a scrivere di letteratura figlia di una modernità disorganizzata, serpeggiante e costruita da stili che si snodano verso tante direzioni spesso opposte rischia spessissimo di scivolare in fraintendimenti dovuti al nozionismo di un’educazione classica.

Marta Paolantonio è, appunto, una poetessa contemporanea. Lo è tout-court, quindi immersa nella ricerca di un linguaggio emancipato dalla tradizione e proteso ad una ben più ampia semantica di quella che la rigidità degli schemi accademici – gli schemi sapientemente messi in discussione dall’ermetismo di Mario Luzi nel Novecento, ma ncora prima da tutto il filone dei Simbolisti d’Oltralpe – hanno per secoli irrigidito il rapporto tra la parola e il significato.

L’Opera dal titolo “Ferite Bianche”, pubblicata nel 2023 e parte della collana “Gli Unicorni” (PlaceBook Publishing), è una raccolta di quaranta componimenti che sembrano emergere dai più profondi abissi di un pensiero che, nascosto dalla convenienza forzata delle nostre vite prigioniere della normalità, decide ad un tratto di porre se stesso come un Io idealista: esso si pone, appunto, ferendo. Ma quando “Tutto volteggia nella danza del vento, / chiamando a sé infiniti abissi / e nell’oblio si infrange l’onda / di un oceano lontano” l’eco liberato dal pensiero ferisce in primo luogo proprio il pensiero stesso.

E nel leggere “Mattina è la folla smarrita / nel labirinto di una città tumorale- / che non uccide” il sospetto che le “Ferite Bianche” (ferite vere, ma fatte di parole come quelle che usò Cicerone contro Catilina) siano in primis autoinflitte si concretizza ancora di più. I versi che Marta Paolantonio scrive in “Macerie”, forse una delle prove migliori di questo volume, sublimano la purezza della desolazione, rimandando a tratti quella terra dimenticata e cristallizzata nel tempo cantata da Thomas Elliot della quale solo l’indovino cieco Tiresia può trovare il senso dell’esistenza. Le macerie, infatti, sembrano a più riprese rivelarsi protagoniste dell’intera raccolta, essendo esse ormai solo versi degni del loro epitaffio (“prende il largo e non ti ho mai salutato” è il crudele senso dell’”Abbandono”); le pietre, gli oggetti sepolti da uno Ieri che non tornerà, l’amarezza della nostalgia che forse la parola, appuntita come l’ago di una siringa, inietta a piccole dosi nelle arterie.

Nella poetica di Marta Paolantonio “Tutto è sospeso” come si allude nel terzo verso di “Sommerso”: le macerie, appunto, sono resti sospesi ed esposti alla polvere che ne lascia indovinare il tempo dell’oblio; esse si fanno parte “del mondo e di ciò che non può / essere dimenticato”.

C’è stata un’epoca in cui i poeti si confondevano con i bardi e cantavano le gesta degli eroi, e se pensiamo alla paternità della lirica occidentale attribuendola a Omero non possiamo che avere conferma di questa tesi. Ci sono forse eroi da glorificare, nella letteratura di Marta Paolantonio? Si potrebbe azzardare una risposta affermativa, se spogliamo l’eroe di spada e scudo, se ne corrodiamo la corazza luccicante e ne dilaniamo il corpo nudo, appunto, coprendolo di ferite bianche. Achille diventerebbe anch’egli maceria, quindi oggetto che solo la posesia, e non più le gesta da impavido, saprebbe rivestire di un’essenza e di un’identità.

Ed è forse questa la necessità che anima l’Autrice: trovare quell’identità nelle cose alle quali la modernità ha finito per negare uno scopo, trasformandole in vacui fantasmi la cui voce ai più si è fatta inudibile. È infatti doveroso riportare alcuni elementi biografici di Marta Paolantonio, per meglio comprendere questo suo focalizzare l’attenzione su queste tematiche.

Nata nel 1990 a San Donà di Piave, quindi Veneziana, si è laureata all’Università di Padova in Filosofia con una tesi su Husserl e sui suoi studi sulle psicosi. Ha compiuto diversi viaggi in Europa, uno dei quali, nel 2021, l’ha portata ad esplorare l’Islanda: proprio dal soggiorno in quella terra fredda e incantata è nato il suo libro “Huldufolk, il popolo nascosto”, opera nella quale ha accostato riflessioni poetiche a reportage fotografici (le arti visive sono un’altra passione di Marta Paolantonio, e questo potrebbe forse spiegarne lo stile letterario che a tratti sembra rifarsi a immagini ritratte “in soggettiva”). Un viaggiatore attento, ovvero non un semplice turista le cui trasferte sono semplici divagazioni, non si limita a visite guidate spesso gestite da operatori dediti a offerte ammiccanti: un viaggiatore attento è più simile al vagabondo che intende fissare nella mente stimoli e pensieri da scomporre e ricomporre in modo personale. L’impressione che si ha leggendo “Ferite Bianche” è esattamente quella che l’Autrice sia proprio la viandante capace di cogliere il grido di ciò che osserva, dando all’oggetto quell’anima che Kant sosteneva celarsi dietro l’apparenza dei fenomeni, quindi trovando (attraverso la lama della parola che può ferire) tutta la necessità di raccontarsi che ogni cosa ha in sé, ma che non riesce ad esprimere nel suo essere circondata dall’indifferenza. Ma affermato questo, si deve fare attenzione a non considerare la poesia di Marta Paolantonio in una forma descrittiva corredata da sporadiche riflessioni individuali, poiché leggere questo libro significa immergersi in tutt’altre profondità: le già citate Macerie vengono si catturate da un occhio che le identifica, ma attraverso esso gridano la loro vita che altri esseri (dei? Semplici uomini affacendati? Secoli che con la loro tirannide hanno deciso di escluderle?) non accettano di guardare.

A quasi chiudere la raccolta vi è un trittico che, almeno apparentemente, sembra volersi distaccare dai componimenti che lo hanno preceduto. Si tratta di versi ispirati alle opere di Luca Bonaccorsi “I this mess we’re in”, “Vedute dallo spazio” e “L’inevitabile putrefazione del mio cuore”, da cui la Scrittrice prende a prestito anche i titoli. Ma anche in queste tre poesie le parole vanno a puntarsi come armi: tagliente è l’aculeo con cui “Incido il tuo nome / sul muro / per ricordare che fosti mio /un giorno / è l’inevitabile putrefazione del mio cuore. “

Terza pubblicazione della Paolantonio, “Ferite Bianche” rientra a pieno titolo tra quei volumi che l’appassionato della “nuova poesia” dovrebbe assaporare: lo scorrere delle pagine è infatti un continuo invito a guardare intorno a sé per captare quei messaggi che sembrano giungere anonimi, ma che in realtà rivelano l’eterno divenire che circonda tutti noi, e che pur trasformandoci non riesce a soffocare mai del tutto il naturale bisogno di esistere.