ADUNANZA

( a K. P. )

Non so quanto tempo sia passato da quando presi coscienza di questo posto per la prima volta. Le strade, le costruzioni che in seguito sentii chiamare geometriche, il via vai frettoloso di corpi assorti nelle loro faccende: non era così, dal principio. Ho imparato, osservando e ascoltando, a capire quanto gli uomini necessitino di continui cambiamenti, di compiere disfacimento e ricostruzione ciclici. Ecco perché la stessa piazza in cui mi trovo adesso, quella che allora non c’era, sembra velocemente rinnegare le sue forme di ieri per prepararsi domani a rinnegare quelle di oggi.

Quanti sono quelli come me? Non mi è mai stato spiegato.

Tutto era iniziato e io non riuscivo a scorgere che qualche sagoma indefinibile: anche la mia forma, questo lo ricordo bene, sembrava sfocare nei contorni fino a svanire completamente nella luce fredda che mi parve circondare ogni cosa. -E fu sera e fu mattina – imparai da un libro, ma accadde molto tempo più tardi.

Allora mi sembrò di vedere che le sagome senza contorni prendessero strade diverse, ciascuna dirigendosi dove le altre non andavano. Io rimasi. Sentivo, o forse sarebbe più corretto dire sapevo pur ignorandone la ragione, che il mio posto sarebbe stato sempre questo, e che gli anni, i secoli, i millenni con cui sarebbe stato costruito in seguito il tempo non avrebbero fatto altro che trattenermici. Tenni sempre gli occhi pronti e sempre guardai; mantenni l’attenzione sui suoni e ascoltai.

Dapprima, contemplavo le minuscole particelle elementari attrarsi e respingersi fino a organizzarsi in gruppi distinti, alcuni più numerosi di altri. Sembravano saltare da una parte all’altra cercando il modo migliore per riconoscersi, poi per eleggersi, infine per congiungersi formando colonie compatte. Non posso dire con esattezza quanto a lungo durò questo continuo nascere e perire di masse dalle strane forme che quei piccolissimi elementi sembravano voler solo costruire per disgregare. Non sono in grado di contare gli istanti che trascorsero prima che qualcuno cominciasse a parlare di quello che ora so chiamarsi “tempo”.

Quando comparvero per la prima volta steli verdi che si affrettavano a coprire del tutto il suolo su cui io stesso comminavo, quella luce che giungeva dal cielo mi era parsa meno calda e accecante di quanto non fosse stata fino ad allora. Ad essa sembrava che variopinte cime si sollevassero e si aprissero; la pioggia non era più solforosa e lavava gli steli rendendoli sempre più grandi e imponenti. Alcuni di essi avevano sviluppato folte chiome dalle quali frutti nascevano per poi cadere: da quelli, prendevano forma nuovi altri steli che diventavano ancora più grandi.

La vista del cielo, dal quale la luce a cui ogni cosa sembrava volersi dirigere, mi si era fatta impossibile ormai, ostruita da foglie, rami e frutti: fu allora che li guardai comparire, risalendo dal mare.

Erano esseri striscianti che mangiavano, per sopravvivere, le più larghe foglie verdi. Alcuni di essi cambiarono le forme e si distinsero tra loro volando fino alle più alte sommità o inabissandosi nuovamente; certuni camminavano su arti sottili, altri sembravano volersi erigere su due sole zampe, come avrebbe fatto chi conobbi in seguito. Si cibarono a lungo dei frutti e delle foglie, finché alcuni cominciarono ad attaccare quelli che parevano essere più fragili, addentandone le carni e nutrendosene: era venuto il tempo delle lotte che, ormai giunto fino a qui, non smise mai di esistere.

Ma fu anche il momento in cui lui si mostrò per prima volta. Doveva essere una di quelle vite giunte all’improvviso dal mare, ma la forma che aveva assunto somigliava alla mia, sebbene avesse i tratti meno confusi. Il suo corpo non terminava sfocando in un’aura evanescente, ma rotondità ben definite ne tracciavano i confini, perfettamente simmetrici e delineati. Dominava gli altri esseri con la forza e se ne cibava; aveva imparato a costruire luoghi sicuri in cui riposare; con i propri simili, emetteva suoni che apparivano diversi a seconda dei momenti e degli intenti. Fu osservandone le abitudini, i bisogni, le opere, che imparai da lui. Aveva ideato nomi con cui distinguere ciò che vedeva, la sua bocca disegnava un arco quando era felice e i suoi occhi si bagnavano nel dolore. Sapeva tracciare dei segni da usare al posto dei suoni, segni da guardare senza ascoltare, ma che di quei suoni aveva dato lo stesso significato. Usò quella che chiamò scrittura per non smarrire quanto scopriva via via che la sua esistenza procedeva, ma anche per trattare con i simili, per emozionarsi, per comprendere ciò che altri avevano imparato. Costruì oggetti che lo aiutassero nella fatica, strumenti in grado di produrre voci nuove, macchine per librarsi in cielo, ben oltre gli alberi che avevo visto così a lungo crescere.

Fu con il suo avvento che tutto cambiò più in fretta. Anche il luogo.

La notte smise di essere oscurità e luci di molti colori parevano correre l’una verso l’altra, sfidando il sole e la luna nella loro brillantezza. Vennero i re, vennero i tiranni, poi i liberatori. Gruppi di uomini e di donne lottavano contro altri gruppi di uomini e di donne, alternando momenti lavati nel sangue a giorni sereni di parti, preghiere e lavoro. Ognuno veniva dalle doglie della femmina eletta dal suo maschio, cresceva fino ad invecchiare finché altri come lui non avrebbero scavato la terra per abbandonarlo sotto il suo peso. Ma erano anche in molti, tra gli uomini, che morivano prima di invecchiare, per mali incurabili, per ferite, talvolta per desiderio che essi stessi provavano di non continuare ad essere vivi. Quando questo succedeva, gli uomini ancora in vita si rattristavano e parlavano al cielo, chiedendo risposte che immaginavano trovarsi oltre le nuvole, al di là degli astri, in luoghi che con i loro strumenti dotati di lenti non potevano scrutare.

Capivo, ormai, perché io fossi tra loro, benché non visto e inascoltabile. Pur non respirando la loro aria, pur mai assaggiando il loro cibo, li avrei accompagnati per sempre in quel viaggio attraverso il tempo, pur essendo esso un viaggio che non mi sarebbe mai appartenuto. Non sarei mai stato uno di loro, ma proprio con loro avevo scoperto le cose che si trovavano attorno a me, e proprio con loro mi ero trovato a ridere e a struggermi; tra quella gente avevo appreso la noia, la pazienza, l’ira, la paura, pur mai provandole direttamente. Ero presente quando una madre disperata raccoglieva il corpo esanime del figlio; ero sentinella per gli incontri segreti degli amanti alla cui porta vegliavo; leggevo per primo i versi lasciati dal poeta nel suo ispirato componimento. Lacrime, risa, gemiti, silenzi. Io rimanevo lì.

Nessuno, nel corso di questo incessante susseguirsi di attimi, è mai venuto a presentarsi a me: ho aspettato anch’io, come ho capito sanno aspettare gli uomini, ma continuo a sapermi nascosto pur camminando ovunque, in questa città diventata tanto grande da potervisi perdere. Non ho mai capito, pur studiando gli umani e i loro pensieri, cosa fosse la solitudine e perché essi la temessero tanto. Sono qui da sempre, ho imparato una lingua che non ho mai dovuto usare, non ho mai gustato una compagnia, ed è forse per questo che non posso comprendere la paura dell’essere soli. Gli uomini cominciano ad avvertire il terrore di non avere qualcuno vicino solo quando trascorrono tanto tempo nei loro gruppi, nelle famiglie o in quelle abitazioni costruite per ritrovarsi. Allontanati da i loro nidi, si sentono smarriti e cercano volti da riconoscere o voci da distinguere.

Nessuno è pertanto mai venuto a dirmi che il mio essere qui, ed esserci da un inizio sconosciuto ai più, è ciò che conveniva fare e lo scopo per cui sono rimasto: non esiste alcuno che mi abbia suggerito come fosse giusto o sbagliato rapportarmi a quanto ancora adesso mi accade intorno. Non ho ricevuto ordini da seguire, consegne, suggerimenti, niente di niente. Ma qualcosa, nonostante ciò, sto cominciando a percepirlo. È una sensazione che dapprima aveva cominciato a farsi strada nella mia mente come un’immagine appena abbozzata, come uno di quei sogni che le persone riferiscono di avere fatti, ma che non sono in grado poi di ricordare. In seguito, le linee che compongono la figura che solo io vedo hanno iniziato a sembrarmi più nitide e vivide, pur mantenendosi astratte nella forma che assumevano. L’immagine non accenna a svanire, bensì a voler sciogliere lentamente la patina che ancora mi impedisce di darle un nome.

Io non ho mai sognato. Sognare è una prerogativa di chi è fatto di cellule, di organi e di apparati, materia della quale io non sono costruito. Ma se chiudo gli occhi la visione riaffiora, sempre più promettente di assumere un aspetto da me finalmente definibile. Quanto ci vorrà ancora perché il suo significato si riveli del tutto?

Ho di nuovo chiuso gli occhi per due, poi tre volte, a intervalli regolari. Ora il disegno indica chiaramente una porta, la cui apertura conduce ad una stanza. Le sagome delle quali adesso il ricordo sembra tornare attendono che l’uscio venga aperto, che qualcuno le inviti nella camera. Perché sono là? Sono dunque anch’io chiamato a varcare quella porta? Se di nuovo abbasso le palpebre, la visione si sposta oltre l’ingresso, fin dentro la stanza, vuota e completamente circondata da muri bianchi. Gli uomini che finora non ho mai smesso di osservare evitano con cura di lasciare le stanze così spoglie, sembrano anzi essere atterriti dagli spazi senza oggetti: essi abitano luoghi che riempiono di materia spesso inerte, ma della quale non paiono volersi staccare per alcuna ragione, a meno che questa non riesca ad essere prontamente rimpiazzata. Non possono dunque essere loro a volermi là: avrebbero preparato un ambiente completamente diverso per me e per gli altri che aspettano di entrare, più vicino ai loro usi.

Ricordo che avevo creduto di vedere, alcune notti passate, le stelle allinearsi come mai prima era accaduto: dai cardini opposti sembravano andare via via illuminandosi sempre di più, puntando al pianeta che chiamano Venere. Ma nessuno, tra gli umani, mostrava di essere in grado di vedere quello che io osservavo, era come invece se ai loro occhi tutto nel cielo fosse come sempre a essi era apparso, sin da quando avevano preso a studiarne gli angoli più remoti. Ma oltre a me, anche gli animali che non sanno né parlare né costruire case fissavano quello stesso cielo con aria di stupore. Possibile che quelle creature assoggettate dalla specie più intelligente vedessero qualcosa che gli uomini non percepivano minimamente? Alcuni cani sembravano spaventati dal fenomeno e tremavano guaendo. Una volpe, in corsa fino a quel momento per divorare la sua preda, si fermò attonita, coprendosi poi con la folta coda, quasi a volersi proteggere da una notte che non somigliava più alle notti che conosceva. Eppure, quel cambiamento nel firmamento era sfuggito alle persone, ai loro telescopi, ai loro satelliti artificiali che sovrastano le città e gli oceani. Per la prima volta dopo tanto tempo mi trovai a condividere, sia pure ancora tacitamente, la vista di qualcosa con esseri che non erano umani, ma creature considerate inferiori, spesso tenute accanto agli uomini per diletto o necessità, benché prima di loro abitassero questi luoghi.

È però il momento di riprendere lo studio dell’immagine che si è radicata in me. Adesso posso distinguere nitidamente, proprio al centro della stanza bianca, il vibrare di una fiamma: essa è del tutto simile a quella che vidi quando il fulmine colpì l’albero e ne divorò le gemme da poco sbocciate. I fuochi che vengono dal cielo non sono come quelli che gli uomini usano accendere, non si controllano confinandoli nelle fornaci o nei caminetti, essi crescono fino a inghiottire tutto ciò che toccano. Che sarà delle stanza, quando la fiamma si sarà fatta più grande e moltiplicherà le sue lingue di distruzione? E dove entreremo, noi chiamati a radunarci proprio tra le mura di quella camera, probabilmente lasciata vuota proprio perché non ci mancasse un posto sicuro dove incontrarci? Eppure, non è detto che il fuoco cresca. Ne ho visti, di fuochi: alcuni finiscono rapidamente per abbassarsi e sparire così come erano comparsi, altri si fermano prima di raggiungere quanto si trova attorno a loro, pur non spegnendosi per lungo tempo. Chi ha aperto per me e per gli altri la stanza deve aver previsto che un fuoco vi si sarebbe gettato all’interno e, pur sapendo che questo non è stato acceso dagli uomini, ha saputo mantenerlo inoffensivo. Ormai il luogo nel quale anch’io mi trovo tra gli attesi mi si presenta chiaro come se sempre fosse stato familiare, anche se ancora ne ignoro la collocazione. Potrebbe trovarsi nella città in cui sin dall’inizio vado aggirandomi, oppure in un punto per raggiungere il quale dovrei camminare per giorni o settimane. O forse la stanza è in ogni luogo, e proprio per il suo essere ovunque è come se non si trovasse da nessuna parte: come loro, che vedo muoversi in tutti gli angoli, con pensieri e voci, con gli abiti sempre nuovi, ma incapaci di riconoscersi tra i tanti corpi che si incrociano e si toccano. Allora la stanza è tante stanze, tutte vuote e con fuochi divampanti al centro di esse; e i loro muri sono nessun muro, perché non si possono mettere confini a posti che, una volta divenuti molteplici, cessano di esistere. È come per le stelle che avevo osservato mettersi in fila: il loro numero era talmente grande che gli uomini non le videro nemmeno. Una storia molto popolare tra le persone da me osservate racconta di un posto abitato solo da bambini e fate e che con loro viva solo chi abbia rifiutato di crescere e di invecchiare. La chiamano Isola Che Non C’è. Tutti vorrebbero raggiungerla e viverci, ma è troppo difficile trovare quello che non è mai stato. Sebbene non impossibile, evidentemente.

La stanza e il suo fuoco mi stanno, ormai ne sono certo, chiamando, e io dovrò lasciare questa terra dominata dagli uomini per raggiungere altri come me, che devono avere già iniziato la ricerca della porta che si apre sui muri bianchi. Devo attendere di nuovo la notte e spiare il cielo per cogliere i segni che mi indichino la direzione da seguire; devo però anche chiudere spesso gli occhi, per guardare meglio i particolari che mi rivelino quale sia la camera, affinché non mi sia possibile confonderla con tutte le altre. Una strana sensazione, mai provata prima, sembra suggerirmi che, quando avrò raggiunto quel luogo, mi sentirò stanco. Per me, stanchezza è qualcosa che posso solo in modo vago intuire: mi accorgo del suo esserci quando scorgo gli esseri umani chiudersi alla fine delle loro preoccupazioni di ogni giorno, quando gli animali raggiungono le tane scavate sotto la sabbia o nei tronchi degli alberi. Non posso dire di averla mai provata, come non ho mai provato la fame o la vergogna. Quanto alle gioie, ai dolori, quanto all’amore e all’odio, mi sono solo e sempre limitato ad imitarli, avendoli a lungo scrutati attorno a me. Posso anche chiamare affetto quello che nutro per gli uomini, per i loro animali, per i fiori che nascono e che muoiono, ma so che è solo l’abitudine, e niente altro, a determinare i miei sentimenti. Ho sempre avuto la certezza che anche per quei miei compagni, per le sagome evanescenti che vidi prima di ogni tempo spostarsi e sparire in varie direzioni mentre io rimanevo qui, fosse lo stesso. Venimmo a custodire l’uomo, le sue creazioni e le sue distruzioni, vigilammo sulle forme di vita che non erano diventate come lui, ne seguimmo il continuo adattarsi alle cose che cambiavano senza fermarsi mai. Ma non diventammo mai come lui: questo non ci era stato concesso. Ridemmo tutti, ne sono sicuro, ma fu solo perché vedemmo altri farlo. E quando volemmo sperimentare anche la loro tristezza, mai una volta riuscimmo a far si che uscissero vere lacrime dai nostri occhi. Loro, i nostri maestri, ci ignoravano mentre con curiosità ne assorbivamo i segreti, pur senza mai potercene appropriare. E ancora ci limitiamo a supporre, a ipotizzare l’esistenza di un senso che li spinga ad amarsi, a ferirsi, a scegliersi o a evitarsi; ci stupiamo davanti al loro affannarsi, all’onorare chi muore, al desiderio di avere. Essi allevano il bestiame per poi ucciderlo e gettarsene addosso le pelli, o per venderle ai loro compagni in cambio di favori e oggetti luccicanti. Si riparano dalla stessa acqua che assorbono per vivere e dallo stesso sole che poi dipingono su tele ruvide; malati, si spaventano e cercano sguardi di compassione perché temono lo stesso onore per loro che era stato dato al vicino che il giorno precedente avevano sepolto; fuggono quando il nemico si avvicina alle loro case, ma gli vanno incontro se questo si volta a guardare altrove.

Nella stanza, io sento che dovrò arrivarvi presto. Se quel fuoco dovesse crescere, non avrei più una stanza da trovare, ma solo i resti bruciati della rivelazione che so di attendere da quando sono qui.

Se giungeremo in tempo, in quel tempo che so essere ciò di cui siamo stati creati, noi tutti capiremo quanto finora abbiamo solo guardato e ascoltato. Nella stanza dalle pareti bianche, toccati dalla fiamma che arde al suo interno, vedremo il fine ultimo di questo susseguirsi di azioni, di lotte, di sogni che a lungo abbiamo visto ripetersi, sempre chiedendoci da dove venissero e dove portassero.

I diversi volti che scorgerò saranno quelli dei compagni dai quali prima mi ero separato, e ciascun volto userà una lingua a tutti gli altri sconosciuta, imparata da uomini diversi da coloro che ho conosciuto io. Sarà la fiamma stessa a parlare al posto nostro, riunendoci finalmente dopo averci troppo a lungo separati e spinti in un oceano nel quale ogni goccia raccontava storie incomprensibili, le une costruite sulle narrazioni incompiute di tutte le altre gocce. Ascolteremo i nostri corpi, finalmente intrisi dal coraggio e dalla paura, odoreremo il gusto per il bene e il richiamo del malvagio. Capiremo lo sconforto dello spegnersi nella vecchiaia come l’entusiasmo che abita la fanciullezza, la sfacciataggine del seduttore, la purezza dell’idealista, l’ira del sopraffatto. Nel sopraggiungere di nuovi giorni, sapremo finalmente quanta angoscia ci sia in quella sfinge che vegliamo senza poter proteggere.

Vedono i miei occhi, ormai sempre aperti e guardinghi, il sole che va spegnendosi dietro i palazzi, in quel punto che chiamano Ovest. Prima che rinasca, dalla parte opposta, confido in nuovi moti delle stelle che mi guidino dove la stanza bianca ci sta aspettando.

E mi preparo per partire.