UN CASO DI VAMPIRISMO

Sto per narrare una storia dai contorni surreali nella quale il mio ruolo è semplicemente quello di comprimario. Il racconto che ha come protagonista un conoscente che nei miei anni giovanili frequentai con sentimenti di affetto e immensa stima e il cui ricordo, ancora vivido e cristallino, tormenta molte delle mie notti insonni trascorse ancora ragionando sull’ipotesi che questa storia possa non essere che il prodotto di una fantasia orrida, un concatenarsi di allucinazioni. Questo sospetto nasce ogni volta che mi apro con un ascoltatore disposto a lasciarmi raccontare le vicende a cui assistetti e che finisce sempre per non credere alla possibilità che esse siano reali. Eppure potrei chiamare a testimoniare molta gente che conobbe, sia pure meno intensamente di me, la persona eccezionale della cui rovina mi trovo a rievocare le fasi.

Marco Anchisi era il suo nome. Viveva, grazie ad una considerevole somma di denaro ereditata dal padre, in una condizione di agiatezza che noialtri, giovani studenti costretti ad espedienti e a rinunce, certamente invidiavamo. Ma, nonostante l’estrazione sociale differisse in modo tanto marcato tra me e il mio amico, la vita volle che nascesse in noi un senso di reciproca fratellanza. Eravamo confidenti in tutto: scambiavamo i resoconti dei nostri amori ancora acerbi, le aspettative che ponevamo negli studi, le riflessioni sulla vita che giudicavamo con romanticismo ingenuo. Era quindi un rapporto, il nostro, che non differiva di molto dalle relazioni comuni tra ventenni immersi in quel preludio alla vita che è rappresentato dalla formazione universitaria, attorno a cui ruotano stimoli molteplici, piccole trasgressioni, progetti lasciati a metà, sogni avventurosi.

Gli interessi del mio amico erano di varia natura, e la mia ammirazione nei suoi confronti cresceva proprio sulla base dei risultati, spesso addirittura eccellenti, che egli raggiungeva cimentandosi nelle più disparate attività. Si dedicava alla chimica, ripetendo esperimenti e annotandone gli esiti con scrupolosa precisione, leggeva autori latini traducendone i versi in modo da risaltarne il lirismo, studiava il violino approfondendo in esso l’arte mistica dell’improvvisazione. Il suo modello, andava spesso dicendo, era il “geniale dilettante” Goethe, per lui epigono dell’esaltazione intellettuale che non poneva muri tra i differenti aspetti della conoscenza e della creatività. Questa sua attitudine lo portava a formulare congetture che toccavano le arti, la filosofia, la storia antica, ma anche la conoscenza delle meccaniche naturali e delle loro solide leggi. Ciononostante, dichiarava assai spesso, le scienze naturali non esaurivano in lui quella sete curiosa di spiegazioni cercate in modo universale. Da qui partivano quindi gli interessi per la cabala, l’alchimia e la metafisica, discipline che lo condussero fino alle ricerche nell’occulto, i cui si occupò con altrettanto zelo .

Da parte mia, non facevo che assecondare ogni suo diramarsi degli interessi. Ne ammiravo a tal punto il genio da assisterlo in ogni suo scrutare il mondo, fosse esso costruito sulla realtà sensibile o nascosto oltre cammini iniziatici nei quali avventurarsi richiedeva una mente indagativa forse ancora più fine.

Marco Anchisi era oltremodo brillante anche nei contesti sociali: differiva in tutto dalla figura del giovane intellettuale schivo e talmente immerso nelle sue più alte faccende da trovarsi impacciato di fronte alla gente comune. Risultava affabile con qualsiasi persona gli venisse presentata, mostrando ottime qualità di conversatore anche quando gli argomenti dovevano apparirgli futili. La sua capigliatura folta, di un colore castano molto chiaro che cadeva sulle spalle, gli occhi vispi di un verde limpido incorniciati da ciglia lunghe lo rendevano ammirevole anche nell’aspetto; quando parlava manteneva un tono baritonale calmo, rassicurante all’ascolto. Sembrava essere venuto al mondo per trovarsi sempre al centro delle attenzioni di chiunque in lui si imbattesse, pur senza apparire alla ricerca di quel protagonismo che finiva per assumere con naturalezza inconsapevole.

Se la persona che descrivo fu tanto singolare, lo stesso vale per le circostanze che ne causarono la scomparsa prematura e alle quali, a distanza di tanti anni, non ho mai smesso di pensare. Il tempo trascorso a cercare una spiegazione che potesse apparirmi plausibile nel figurarmi una risposta logica alla morte di Marco, i cui cambiamenti nei modi lo trasformarono del tutto nelle ultime settimane di vita, ha finito per prevalere sulle mie quotidiane occupazioni: ho consultato numerosi libri sull’occulto, sulle leggende popolari dei popoli d’Europa, sui casi irrisolti che riguardassero delitti orrendi. Qualche notizia ricavata dal mio studio è servita a ricostruire in maniera molto approssimativa le vicende a cui assistetti, ma non a trovare alcuna prova tangibile che la collocasse in qualche settore netto di un’ipotetica indagine. Voglio dire che, nella norma, anche le più terribili azioni criminose possono trovare una classificazione entro la quale chi investiga ne intuisce i moventi e le modalità d’azione. E la scomparsa del mio amico potrebbe rientrare in un determinato settore d’indagine se io non fossi il solo a pensare alla sua morte come alla conseguenza di un delitto. Un delitto? Può dirsi delitto l’atto consumato da qualcosa che probabilmente è solo una visione che non trova spiegazione in alcuna naturale logica?

Le ultime volte che incontrai Anchisi, non potei che rimanere turbato dal deperimento fisico e mentale che mostrava, nonché dal suo essere ossessionato da una relazione la cui natura mi rimaneva ignota. Il suo sguardo, prima così franco e sicuro, pareva perdersi nel vuoto attraverso gli occhi apparentemente spenti; il volto era diventato pallidissimo e cadaverico; i capelli, un tempo folti lunghi, si erano fatti radi, imbiancati precocemente e scoprendo un cranio ampio. Eppure, di questo decadimento egli pareva non curarsi affatto, animato esclusivamente dal desiderio sempre cocente di recarsi da lei. Chi fosse questa lei, all’epoca dei fatti non seppi mai; quelle che ho oggi, del resto, non sono che supposizioni, pure se suffragate da indizi datimi da ricerche che nessun essere razionale prenderebbe come affidabili. Di un primo incontro con una misteriosa donna avevo appreso dal mio amico conversando una sera di ottobre di vent’anni fa, quando ancora le mie visite nella sua casa erano abituali e sempre carburate da intenso entusiasmo. Ci eravamo trovati quella sera a sorseggiare un ottimo Brandy vicini al caminetto acceso, nel salotto del suo ampio appartamento, un luogo sempre confortevole che odorava del legno pregiato che lo arredava. Benché l’aria dell’autunno da poco iniziato fosse ancora tiepida, l’amore di Anchisi per il fuoco, “Principe degli elementi in Natura”, lo aveva portato a lasciare che la legna ardesse di fiamme che riverberavano sui muri della stanza. Avevo notato in lui un sorriso soddisfatto che non doveva riferirsi alla qualità del liquore con cui ci stavamo rinfrancando. Era uno di quei sorrisi che normalmente si individuano in chi non vede l’ora di confidare qualcosa di eccezionale, mettendo l’altro nella condizione di partecipare a una gioia nuova. Sono generalmente espressioni di un volto modellato su un’idea di bellezza che traspare in chi si innamora, o almeno in chi si è legato ad una conoscenza capace di entusiasmare solleticando l’umore e rendendolo insolitamente gaio. Seppi quindi da lui che due sere prima, al termine di una serie di ricerche su tomi di cui mi aveva debitamente tenuto all’oscuro, egli aveva incontrato una giovane donna dalla quale poteva attendere preziose rivelazioni. “Preziose rivelazioni” fu proprio ciò che mi disse, ma non aggiunse altro. Immaginai che dovesse trattarsi di qualche approfondimento sui classici della letteratura con i quali nutriva incessantemente il suo spirito, o qualche esito di esperimenti di chimica ai quali lo sapevo appassionato. Dopo questa dichiarazione, fattami con un sorriso pieno d’orgoglio, Anchisi si alzò, aprì l’astuccio che conteneva il suo violino e si mese ad improvvisare una sequenza di arpeggi e scale.

Lo ascoltai ancora una volta ammaliato dalla perizia che sfoggiava suonando, senza immaginare lontanamente che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe mosso il suo archetto di fronte a me. Le conclusioni a cui giunsi settimane più tardi, quelle che mi portarono a ritenere la giovane donna di cui mi aveva parlato la causa scatenante di quel male che gli fu fatale, si sarebbero contrapposte di netto all’immagine di uomo eccezionale che ebbi davanti agli occhi quella sera.

Per diversi giorni in seguito mi fu impossibile vederlo. In casa non si trovava, o forse fingeva di non esserci: potevo bussare per alcuni minuti prima di accettare il fatto che la porta non mi sarebbe stata aperta. Fu solo una notte tra il sabato e la domenica che, essendomi intrattenuto in una taverna fino a tardi, ne scorsi il contorno oltre la finestra che dava sulla strada. Si muoveva a capo chino con una fretta che mi parve innaturale per lui, di solito sempre calmo e posato anche nei momenti in cui la solerzia era richiesta. Corsi fuori di tutto punto, chiamandolo per nome più volte, prima di ottenere che si voltasse verso di me fermandosi e lanciandomi uno sguardo che lo faceva sembrare seccato da un contrattempo. Fu in quel momento che potei notare come il suo aspetto fosse cambiato quasi radicalmente nell’arco di pochissimi giorni. L’abbigliamento non era curato come al solito, una giacca lisa gli copriva una camicia sbiadita, il volto appariva scavato e puntellato da una barba incolta; gli occhi sembravano privi di qualsiasi espressione, mentre la fronte era aggrottata. Per un istante pensai di essermi confuso e che il mio amico Marco Anchisi non potesse essere quell’uomo visibilmente malridotto che mi si parava innanzi: nel salutarmi usò un filo di voce che stentai a riconoscere. Sembrava ansioso di liberarsi dalla mia presenza e di riprendere il suo cammino, diretto dove non osai chiedergli. Si limitò a dirmi di essere atteso e di non potersi trattenere oltre, così che io non potei fare altro che congedarlo, sebbene a malincuore.

Il giorno seguente tentai ancora una volta di fargli visita, ma di nuovo bussai ad un uscio che non mi venne aperto. Mi risolsi allora di lasciargli un biglietto in cui comunicavo la mia preoccupazione, avendolo trovato la notte prima visibilmente deperito. Aggiunsi inoltre che lo avrei volentieri aiutato a trovare un buon medico, qualora egli ne avesse sentito il bisogno, e che la mia amicizia, sempre salda e disinteressata, gli avrebbe permesso di parlarmi liberamente di qualsiasi problema lo angustiasse.

Trascorsero tre giorni prima che mi venisse recapitata una lettera in cui Marco rispondeva al mio breve messaggio. La trascrivo nella sua totalità in questo quaderno, allegando ai miei ricordi una testimonianza giunta direttamente dal protagonista della storia che sto narrando.

“Mio caro amico,

ho trovato il biglietto che hai fatto passare attraverso la fenditura della porta. Come temi, la mia salute non si trova nel migliore degli stati, tanto che trascorro dormendo la maggior parte delle ore del giorno, riservando la notte ai miei incontri con Virginia, la giovane della quale ricordo di averti parlato. Sto accedendo a segreti che per il momento non posso condividere con alcuno; quindi, ti imploro la pazienza che solo un vero amico può avere. Non credo di trovarmi in condizioni tanto gravi da necessitare di un consulto medico, ma ti ringrazio per esserti offerto di aiutarmi: terrò presente la tua vicinanza nel caso di un peggioramento.

Altro, per adesso, non posso riferirti. Ti prometto tuttavia di farmi ritrovare presto da te, in salute.

Il tuo amico Marco Anchisi.

Non mi è dato sapere se Marco mentisse o se egli realmente confidasse di ristabilirsi, ma quando riuscii ad incontrarlo nuovamente vidi che l’esito della malattia andava via via portandolo in un baratro profondo, all’interno del quale forse egli non si rendeva tuttavia conto di trovarsi. Quando, una sera in cui la nebbia aveva invaso le strade cittadine, fingendo di trovarmi a passeggio vicino al suo palazzo riuscii a sorprenderlo mentre usciva, non potei fare a meno di vederne lo spaventoso pallore che si dipingeva su un corpo incredibilmente dimagrito. Le sue labbra erano diventate sporgenti e sembravano muoversi a fatica quando con un filo di voce cercò di sillabare delle frasi, peraltro sconclusionate come mai avevo pensato di udirne da lui. Riuscì solo a farmi intendere che lei attendeva e che non poteva tardare. Rimasi sbalordito quando sparì nella nebbia: si era mosso con una velocità che non immaginavo possibile per un fisico tanto malandato, incredibilmente capace di un gesto quasi atletico. Dove stava andando? Era mai possibile che un uomo di talento fosse arrivato a prosciugarsi nel corpo e nella mente ossessionandosi per una donna misteriosa che nessun suo conoscente pareva avere vista?

Decisi allora che la sera successiva avrei pedinato quell’uomo ridotto a ombra: tutto mi portava a supporre che la donna a me sconosciuta era una minaccia per Anchisi, che dietro il male di cui lo vedevo affetto doveva per forza esserci lei. Forse, pensavo, una malattia venerea gli era stata trasmessa dalla fantomatica Virginia con la quale aveva intrapreso una relazione erotica, e probabilmente l’infatuazione era così forte da renderlo succube, incapace di staccarsi dalla dispensatrice del terribile morbo. Pianificai un inseguimento attraverso il riparo dei portici, avendo cura di tenermi a distanza tale da confondermi tra le ombre senza però doverlo perdere di vista. Quando la sera successiva l’orologio del campanile battè dieci rintocchi, riuscii a vedere il portone di ferro del palazzo schiudersi e uscire da esso una figura smilza che non ebbi fatica a riconoscere. Mi ero vestito completamente di nero per meglio muovermi nella notte senza essere accidentalmente notato dalla persona che intendevo spiare. La nebbia non c’era più, pertanto la mia prudenza dovette aumentare, così come la cura nell’evitare rumori he avessero potuto insospettire l’Anchisi. Questi camminava a qualche decina di metri davanti a me senza mai voltarsi, quindi dandomi la certezza che non avesse alcun sospetto di essere pedinato. Prese la direzione che dal centro cittadino portava alla Vecchia Cattedrale, un luogo che normalmente veniva visitato durante il giorno solo da pochi turisti e appassionati di architettura neoclassica. La via che percorrevamo era buia e silenziosa come tutte le strade che portano fino alle campagne, alla fine delle quali si trovano solo poche abitazioni rurali per lo più dismesse. Seguii Marco per circa due chilometri, meravigliandomi per come un uomo con così evidenti segni di indebolimento riuscisse a camminare per un tratto tanto lungo, oltretutto senza mai fermarsi: le mie stesse gambe cominciavano ad affaticarsi, anche a causa della velocità alla quale dovevo muovermi per stare al passo.

La Vecchia Cattedrale, sotto il manto della notte, sorgeva come un grande blocco nero con pronunciate spigolature ai lati e alla sua sommità. L’edificio non serviva più al culto da più di un Secolo e poco era il valore artistico per giustificarne un restauro. Marco Anchisi, trovandosi di fronte allo stabile, prese il viottolo che aggirando la chiesa conduceva al piccolo cimitero retrostante, un appezzamento di terreno in disuso che contava poco più di una decina di sepolcri, luoghi in cui giacevano le spoglie di vecchi notabili. Per accedere a quel luogo dalla via imboccata era sufficiente spingere un vecchio cancello di metallo che lo separava dal sentiero e che mai veniva chiuso a chiave: il cancello era delimitato da due colonne di pietra, una delle quali io decisi di usare come nascondiglio per spiare il mio amico senza correre il rischio di essere scoperto. Lo vidi inginocchiarsi sul terreno come raccogliendosi in preghiera. Pochi minuti più tardi si alzò guardando dritto di fronte a sé, rimanendo praticamente paralizzato in attesa che qualcosa accadesse. Fu allora che potei vedere la figura che gli stava andando incontro, camminando lentamente avvolta dalle spire della notte: una donna appariva giovane, con fluenti capelli neri e con un largo mantello rosso sulle spalle che si chiudeva a ruota cingendole interamente il corpo. La vidi sempre più vicina a Marco, che rimaneva assorto e immobile. Capii che la donna doveva avere addosso unicamente quel tabarro nel momento in cui, rischiarata da un raggio lunare, estrasse le braccia nude e con le mani, pallidissime, scoprì una spalla di Anchisi e con un movimento deciso vi accostò le labbra. Non capivo se quel gesto avesse una natura passionale o se fosse una specie di sadico gioco: lui rimaneva immobile, come soggiogato, potevo scorgerne gli occhi spalancati e la strana espressione della bocca, la quale esprimeva qualcosa che poteva sembrare sofferenza come piacere estatico. La scena durò alcuni minuti, al termine dei quali la figura femminile, risollevando il capo, si voltò indietro e con la stessa lentezza tornò da dove prima era venuta, svanendo nella tenebra. Egli rimase fermo ancora fermo per qualche istante prima di dirigersi verso il cancello. Attraversò il punto in cui mi trovavo e passò vicinissimo a me, eppure parve non vedermi. Ancora più sconcertante fu il fatto che per tutto il tragitto del ritorno camminammo a pochissima distanza l’uno dall’altro e, per quanto risultasse impossibile che non venissi notato, Marco Anchisi mantenne un’aria assorta che sembrava isolarlo da qualsiasi condizionamento; io, per contro, non osavo proferire parola e mi limitavo a camminare pensando a quanto avevo visto, senza riuscire a darmene una spiegazione. Lasciai quell’uomo dall’aspetto sconvolgente di fronte alla sua residenza, convinto della necessità di presentarmi a lui il giorno successivo con un medico.

La mattina dopo convinsi un dottore a seguirmi fino all’appartamento di Anchisi, e, sapendo che nessuno ci avrebbe aperta la porta, assoldai un fabbro affinché forzasse la serratura. Il mio amico si trovava in un grave pericolo, e io avevo stabilito che il tempo per poterlo salvare da una morte certa stava diventando sempre più scarso. Non fu facile convincere il medico e il fabbro della necessità dell’infrazione che avremmo eventualmente commesso; a questo si aggiunse l’incredulità del dottore quando gli raccontai degli avvenimenti a cui la sera precedente avevo assistito. A mezzogiorno eravamo di fronte alla porta dell’appartamento: tentai ancora una volta, che come prevedevo non ebbe riscontro, di farmi aprire bussando, prima di lasciare che il fabbro aprisse la sua borsa contenente attrezzi appuntiti.  L’artigiano si mise ad armeggiare con una serie di sottili bastoncini metallici fino a quando si udì un debole scatto provenire dalla porta, che finalmente si aprì. Nel vestibolo odorammo uno strano fetore che aumentava via via che ci avvicinavamo al salotto. Fu lì che lo trovammo, mentre privo di vita giaceva sul pavimento. Il corpo era completamente sfigurato nella pelle che prendeva la forma delle ossa tanto era magro; gli occhi, ancora aperti, erano vitrei; la bocca sembrava non avere più labbra, ma solo una fenditura biancastra. Vicino al corpo, sopra un tavolino circolare, un flacone di laudano e uno di mercurio erano privi di tappi. Fu quando andai nello studio che trovai un taccuino rilegato in cuoio sulle cui pagine erano tracciati strani segni e figure geometriche. La libreria pullulava di libri sulle scienze occulte che avevano preso il posto dei grandi classici prima tanto amati. Il medico non poté fare altro che constatare il decesso di Anchisi: la causa doveva essere di certo dissanguamento, ma non c’erano tracce ematiche in nessun luogo.

Sono trascorsi, come già ho scritto, vent’anni da quel momento. Ho tentato di chiarire la vicenda anche consultando alcuni dei libri sull’esoterismo che Anchisi custodiva nel suo appartamento, ma temo che solo l’acume di un uomo intellettualmente superiore possa decifrare certi segreti contenuti tra quelle pagine. Più volte ho compiuto sopralluoghi nel cimitero della Vecchia Cattedrale, senza mai trovare alcuna traccia di quella donna che rispondeva al nome di Virginia. Ho letto che in alcuni paesi dell’Europa Orientale sia diffusa la credenza in spettri che si cibano dei fluidi vitali delle persone fino a portarle alla morte. Se tali demoni vengano evocati attraverso formule magiche, non sono riuscito a capirlo, ma ho il sospetto che Marco Anchisi ne avesse deliberatamente cercata la presenza attraverso lo studio di arti riservate a pochi iniziati.

L’appartamento del mio amico è ad oggi disabitato. Non so se l’immobilia, i libri e, cosa preziosa, il violino siano ancora da qualche parte al suo interno. Certamente vi è rimasto il segreto di quanto il suo ultimo inquilino ha vissuto, e se una verità potrà un giorno essere rivelata, è oggi ancora nascosta tra quelle stanze.