
Nonostante la breve durata storica dentro la quale si può collocare (all’incirca tra il 1860 e il 1871), quello della Scapigliatura fu un importantissimo movimento artistico-letterario in un’Italia appena nata e ancora non del tutto identitaria. Si suppone, e con una certa ragionevolezza, che le rivoluzioni siano sempre state, nel loro concretizzarsi, un surrogato di quanto avevano sognato i facinorosi della prima ora, vale a dire quelli che della cosiddetta miccia rivoluzionaria furono i principali innescatori. Certamente il Terrore di Robespierre non era previsto dai libertari francesi che si riunivano, dapprima segretamente, cospirando a favore dell’uguaglianza e della fraternità. Per questo dobbiamo inserire quella cerchia di intellettuali dei quali andremo a parlare proprio in un clima di delusione nei confronti dei traditi ideali garibaldini e mazziniani, quindi in una sfiducia nelle cause che avevano animato un popolo, quello italiano, agitandolo solo per giovare ad una elìte borghese e privilegiata. Emilio Praga, Carlo Dossi, i Fratelli Boito, Luigi Conconi, Igino Ugo Tarchetti furono realmente un gruppo di artisti come quelli dipinti da Puccini nella sua celebre “Boheme”.
Gli albori dell’Unità d’Italia avevano già visto l’affermarsi di un moderatismo di stampo borghese che lasciava ben poco spazio a quell’eroismo giacobino oramai dissoltosi in un romanticismo scialbo e reazionario; la cultura benpensante pareva essere quella dominante, radicatasi già nei “salotti buoni” frequentati da nobili e arricchiti. La Spedizione dei Mille, le Camice Rosse, gli auspici repubblicani, la Carboneria erano ormai messi da parte e trattati come una parentesi storica della quale una classe dominante si era servita con abilità di manovra, ma che improvvisamente veniva quasi bandita.

Da qui, soprattutto a Milano (ma anche in altre parti del Settentrione), un gruppo di scrittori, poeti e artisti oppone un netto rifiuto ai valori borghesi e alla loro egemonia. Per essi l’arte in quanto creazione si mescola ad una condotta precaria, spesso malsana, ma il più possibilmente libera. L’oppio e l’alcool fanno parte di un turbine che comprende anche la volontaria disagiatezza, il vivere sempre al limite, la morte che miete negli anni della gioventù. L’occupazione delle mansarde nei palazzi milanesi, dove carenze igieniche fanno copia con la fame, sembra anticipare di un secolo il fenomeno degli squatters londinesi. Nel frattempo, oltre le Alpi, vanno muovendosi i poeti maledetti come Rimbaud e Verlaine. Ad accumunare questi nuovi cantori francesi e italiani è una visione fortemente oscura della vita, non più celebrata in forme idilliache come nella poetica passata, ma considerata una fatale corsa le cui fermate si chiamano angoscia e disperazione. Eppure, nel compiere quella corsa, i poeti rigettano la tentazione di ritirarsi, bevendo a grandi sorsi un’esistenza incerta nella quale anche il dolore, in tutte le sue forme, diventa esperienza da esaltare. L’amore diventa malattia, la voluttà è precipizio verso la follia. Leggendo il romanzo “Fosca” di Tarchetti, indubbiamente una delle opere più rappresentative della Scapigliatura, sembra di perdersi in un labirinto le cui pareti sono specchi deformanti, capaci di cambiare l’amore in odio, il ribrezzo in attrazione, la malattia e la morte in salvezza. Fosca è ripugnante, nel suo viso scheletrico e nella sua instabilità, eppure prende il posto della femme fatale che muove il protagonista come una pedina nel gioco degli scacchi: ma la partita a scacchi non ha schema, o forse lo ha ma non è comprensibile al giocatore. Del resto, l’allegoria della scacchiera compare anche nel racconto di Arrigo Boito “L’alfiere nero”, nel quale il gioco culmina con l’assassinio di uno dei due sfidanti, colpito mortalmente da un colpo di pistola proprio dal giocatore più disorientato nel corso della partita.
È nel racconto breve, più che nel romanzo, che la scapigliatura sembra trovare maggiore potenza espressiva. Nei “Due ricordi di Crimea” Tarchetti descrive l’orrore della guerra con desolante meraviglia (“Ovunque noi ponevamo il piede, la morte ci aveva preceduti”): l’Autore fu realmente soldato, servì nell’esercito tra il 1861 e il 1865. La sua raccolta “Racconti fantastici” è un appassionato omaggio a Poe e Hoffman, mentre il breve componimento “La lettera U” sembra prendere spunto da un reale caso di ossessione che sfocia nella follia. “Una nobile follia” è del resto il suo anatema scagliato nei confronti dei benpensanti, ma anche delle gerarchie militari che raggiungono l’onore sacrificando una manovalanza in arme fatta per cadere nelle prime linee.

Ma cosa procurava agli scapigliati le pur esigue sostanze necessarie al sostentamento? Dobbiamo ricordarci che siamo attorno al 1860: esisteva il mestiere di scrivano, ancora richiesto laddove il tasso di alfabetizzazione non era certo elevato. I più collaboravano ai periodici e venivano pagati un tanto ad ogni articolo, esercitando questa professione in modo abbastanza simile a quello dei moderni giornalisti freelance, sia pure senza veri contratti né tutele. Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti) lavorò per un teatro dialettale milanese da egli stesso fondato; Camillo Boito (fratello del più celebre Arrigo) ebbe invece una condizione diversa e riuscì a condurre una vita agiata in netto contrasto con i suoi coevi, insegnando architettura all’Accademia delle Belle Arti; Giuseppe Rovani ebbe a lungo un modesto impiego presso la biblioteca di Brera (ma in precedenza fu a sua volta soldato).
A differenza di altri movimenti, tuttavia, non è facile stabilire per la Scapigliatura una vera e propria intenzionalità poetica, ossia un autentico manifesto. Sono troppe le sfumature che differenziano gli stili dei vari autori, e l’intero gruppo non ha mai preteso di formare un nuovo genere letterario, come da lì a poco accadrà per i veristi. Il critico d’arte Marco Valsecchi vide negli Scapigliati un’attitudine antivirtuosistica che coniugava la creatività a uno stile di vita scanzonato e volutamente deresponsabilizzato. Se quindi vogliamo trovare in questi autori una comunanza, questa è da individuarsi nell’antiromanticismo, nel rigetto e nell’andare contro. Rimane un senso di coesione che rende gli artisti una vera comunità, ma ognuno di essi sceglie modi diversi per percorrere la propria strada, strada che tuttavia porta al conflitto apertamente dichiarato tra artista e società. La modernità è vista come orribile, i valori della bellezza espressi dal Classicismo sono irrimediabilmente perduti: l’artista non cerca più di riconquistarli, pur sentendone una forte nostalgia, ma volge la sua creatività alla denuncia dell’abbruttimento al quale assiste. Questo scrive Vittorio Spinazzola: “Ribelli, non rivoluzionari, municipalisti e cosmopoliti, i poeti maledetti col cuore ansioso di tenerezze, antiborghesi nel rifiuto dello spirito pratico e utilitario dei borghesissimi nella permanente nostalgia per l’idillio, nella rassegnazione e vivacità nell’accettare la sorte, gli scapigliati peccarono non per eccesso, ma per difetto di vera audacia”. Parole, quelle di Spinazzola che accusano il movimento della Boheme nostrana di un’eccessiva rassegnazione che deve avere spento quel motore in grado di spingere verso un linguaggio e una poetica realmente nuovi. Per questa ventata di novità si deve dunque attendere il Verismo di Verga, che si oppone al Romanticismo e alle sue eccessive sdolcinatezze raccontando la realtà bruta. Arrigo Boito testimonia la nostalgia per l’ideale contrapposta alla crudezza del reale nel suo componimento “Dualismo”: “Ecco perché nell’intime / cogitazioni io sento / la bestemmia dell’angelo / che irride al suo tormento” .
Ma è davvero così netta l’opposizione al Romanticismo quando si allude agli Scapigliati? Tra le maggiori influenze dei nostri Praga, Tarchetti e Boito troviamo Byron, Shelley, Poe. Il rigetto che essi hanno è atto a contrastare la parte italiana del Romanticismo, che nel secondo Ottocento è rappresentata dal Manzoni e dai suoi epigoni. Queste le parole di Emilio Praga: “Vecchio poeta che l’Italia adora/ vegliardo in sante visioni assorto / Tu puoi morir! Degli antecristi è l’ora / Cristo è rimorto!” (Preludio – vv 13/16). E sempre Praga: “Noi siamo i figli dei padri ammalati: / aquile al tempo di mutar le piume, / svolazziam muti, attoniti, affamati, / sull’agonia di un nume.”.
Ciò che lo Scapigliato quindi respinge con forza è l’ottimismo manzoniano verso la Provvidenza, divenuto valore borghese e oppiaceo. Non va tuttavia accostata al movimento della Scapigliatura una filosofia di stampo marxista: l’individuo, qui, non viene assimilato in un lottare collettivo contro lo scempio capitalista, ma si trova solo innanzi al nemico, si autoafferma in una guerriglia disorganizzata. Scrive Cletto Arrighi: “Questa casta o classe – che sarà meglio detto – vero pandemonio del Secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomi; serbatoio del disordine della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; – io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura”.
I racconti di Tarchetti, dal loro canto, sembrano voler trascinare il lettore verso una discesa che conduce direttamente agli inferi, trovando nella rappresentazione dell’orrido una critica alla normalità che, nei suoi scritti, getta ombre sinistre e grottescamente minacciose. Da qui parte la sprezzante critica rivoltagli da Benedetto Croce: “Il Tarchetti aveva scarsa e torbida vena artistica; e la meditazione lo sopraffaceva, senza per altro ch’ei diventasse poi propriamente filosofo. Quasi tutte le sue cosiddette novelle sono un mero pretesto, che si procura per esibire svariate riflessioni. “.
Possiamo alfine trarre la conclusione che sebbene la Scapigliatura, a causa della sua breve durata, rappresenti una parentesi nell’Ottocento Italiano, in essa possiamo trovare il primo vero affronto artistico rivolto ad un post-risorgimento imborghesito e benpensante. “e sotto l’epidermide del gentiluomo discoperto il cretino” scrive Antonio Ghislanzoni nel suo racconto “Una partita a quattro”. D’altronde, si può scorgere in questa brezza anarchica quel proto-verismo che in un breve lasso di tempo condurrà a Verga e Capuana. Ancora più tardi i temi cari agli Scapigliati verranno raccolti dagli esponenti del Decadentismo, in special modo da Gabriele D’Annunzio, il cui romanzo del 1894 “Il trionfo della Morte” raccoglie l’eredità tarchettiana dell’introspezione da parte del protagonista. Ma echi bohemien ricorrono anche nel romanzo gotico “Malombra” del vicentino Antonio Fogazzaro e in alcuni versi di Giovanni Pascoli.
Oggi, anche alla luce della brevità – come già detto – del periodo d’azione degli Scapigliati, i professori di letteratura dei licei tendono purtroppo a liquidarne l’opera trattandola in modo frettoloso e grossolano, negandole il riconoscimento che merita, se non altro per il retaggio culturale ancora vivido. Se infatti guardiamo al Novecento, soprattutto nei suoi ultimi trent’anni, scorgiamo in esso un attitudine antiborghese che ha dominato la controcultura giovanile: la Beat Generation americana del Secondo Dopoguerra, la Londra del 1977, l’anticonformismo del popolo di Seattle. Ovviamente, non è possibile ascrivere alla storia recente un continuum che la leghi all’epoca delle mansarde milanesi occupate dai poeti controcorrente, ma un giovane studente, magari attratto dalle discipline umanistiche, potrebbe trovare in Boito, Praga e in tutti gli altri una serie di spunti intriganti e costruttivi. Oltremodo l’analisi della Scapigliatura sarebbe, quando ben condotta, una degna dimostrazione di quanto spesso la letteratura (ma anche l’arte in generale) si trasformi ed evolva grazie a diffusi sentimenti di rottura e rivolta.