KYTICE: IL MAZZETTO DI ERBEN

Esiste qualcosa che nel circuito della diffusione di opere letterarie appare disorientante. Non si tratta di quel numero esorbitante di testi mai pubblicati che (purtroppo) interessano molti talenti; no, qui l’incomprensione degli editori non c’entra. Ci sono libri che appaiono negli scaffali in copie assai risicate, terminano una stagione di vendita e poi, chissà perché, spariscono dal mercato, senza ulteriori ristampe. 

Un caso è proprio il volume di Karel Jaromìr Erben dal titolo “Kytice”, pubblicato in Italia nella traduzione di Paolo Statuti, il quale ha optato per ribattezzare l’opera “Un mazzetto di leggende”. Una traduzione non proprio letterale del titolo ceco che tuttavia rende perfettamente il connubio che il libro presenta: un essere insieme fiore e racconto, un susseguirsi di narrazioni che letteralmente sbocciano e crescono moltiplicando petali e spargendoli come nella poesia fa il verso. Si, le leggende che Erben ci tramanda si declinano in versi. L’intera letteratura classica latina e greca si regge sul verso: ma qui non siamo a Roma e non siamo ad Atene, luoghi in cui il sole splende lavando l’orrido nella luce dei suoi raggi. Le leggende giungono dalla Boemia, terra di fantasmi, di streghe, di vampiri e folletti. 

Ci sono alcuni intellettuali che scelgono di darsi alla ricerca di qualcosa che l’accademia tende a tralasciare, attingendo dal folklore piuttosto che dal classicismo. Per loro, la filastrocca del contadino contiene più verità del raffinato verso omerico. Karel Erben è stato uno di questi. Nato a  Miletin nel 1811, visse a lungo a Praga, dove morì nel 1870; il suo interesse per le leggende popolari di ceppo slavo lo portò a raccogliere canti, detti popolari, storie provenienti da un passato oscuro eppure incredibilmente affascinante. Il suo sentimento nazionale lo portò a esplorare la vera voce del suo popolo, fatta di inquietanti figure che abitano un universo pagano in cui l’uomo, armato di fede nella cristianità, si muove senza un vero scudo per combatterle. 

Eccoci dunque ad assistere alla perpetua lotta tra Terra e Cielo, in cui la prima non ha mai soppresso creature grottesche capaci di tessere trame inesorabili, e la controparte tenta (talvolta inutilmente) di rischiarare il cammino dell’uomo che dall’abisso non può mai del tutto emergere. 

Del resto, la trama che affligge chi calpesta il suolo è sempre la stessa: la morte. L’intero mazzetto di Erben parla della morte, spesso violenta, talvolta cercata, accettata o respinta. L’incipit del libro recita: “Morì la madre e fu seppellita, / orfani i figli restarono; / ogni mattina essi venivano / e la mammina cercavano”. Dalla struggente desolazione, dalla commozione, fiorisce il mazzetto delle leggende. E in esse abitano la terrificante Strega del Mezzogiorno, pronta ad esigere l’infante bottino; la matrigna assassina, che verrà punita data in pasto ai lupi; una madre rinnegata che subirà il cappio maledicendo la madre; un demone d’acqua pieno d’ira capace di distruggere il suo unico atto d’amore. 

Con un po’ di fortuna, un lettore interessato alla drammaticità più autentica di un popolo come quello boemo riuscirebbe a reperire questo prezioso “Mazzetto di leggende”, la cui pubblicazione è della casa editrice Nuove Edizioni. Pur essendo un volume scritto in versi, la traduzione di Statuti lo rende estremamente fruibile anche da chi per forma mentis è più abituato alla prosa. 

Va inoltre segnalato un ottimo film tratto dal libro: “Kytice” di F. A. Brabec, purtroppo mai doppiato in lingua italiana, è un ottimo adattamento di tutte le storie narrate da Erben. Storie che hanno anche ispirato grandi nomi della musica: Anton Dvorak prese spunto proprio dal “Mazzetto” per la ballata “Svatebni Kosile” e per il poema sinfonico “Polendnice”; “Stedry Den” è un’opera per voce narrante e orchestra del grande compositore ceco Zdenek Fibich. 

Considerata dunque l’influenza culturale, ma anche la capacità di entrare nell’immaginario popolare in modo così avvincente, una domanda è d’obbligo: perché il “Mazzetto di Leggende”di Erben è così difficilmente reperibile?