MOZART: RITRATTINO DI UN GENIO

Fino a non troppo tempo fa, era normale per qualsiasi mestierante aspettarsi che il proprio figlio, soprattutto se maschio, ne ereditasse la professione che era in uso tramandare da una generazione all’altra. È lecito quindi supporre che Leopold Mozart, eccelso musicista e autore, tra le altre opere, di un metodo per violino ancora oggi in uso, quel 27 gennaio del 1756 Salisburgo, nel tenere tra le braccia quel bambino appena datogli dalla moglie Anna Maria Perti, già immaginasse di potergli far ereditare il nobile ruolo di kapellmeister alla corte del Principe Vescovo. L’infante, definito dal suo biografo (uno dei tanti: non esiste artista la cui vita sia stata narrata da un così grande numero di scrittori) Michel Parouty il Prediletto degli dei, non avrebbe solo ereditato la bravura paterna: sarebbe diventato uno dei più grandi compositori della storia.

Di Wolfgang Amadeus Mozart già è stato raccontato tutto: aggiungere note biografiche sarebbe impossibile; elogiarne ulteriormente l’immane opera sarebbe superfluo. Ancora oggi il suo nome è noto non solo agli appassionati di musica, ma a chiunque ricordi i personaggi storici di maggiore portata ed influenza.

Il padre gli fu maestro nei primi anni, quando mostrò un talento precoce negli strumenti a tastiera e nel violino, ma durante la sua breve vita apprese molto anche da Johann Christian Bach, Niccolò Piccinni, Giovanni Battista Sammartini e Joseph Haydn, dal quale, egli stesso scrisse, imparò il modo migliore per comporre quartetti per archi. I suoi viaggi in Europa, compiuti in giovane età assieme al padre Leopold (che oggi si definirebbe probabilmente una figura manageriale), fecero conoscere quel bambino prodigio le cui avventure vengono riportate nel suo carteggio con la madre e la sorella maggiore Maria Anna “Nannerì”. In un peregrinare continuo, tuttavia, il piccolo virtuoso dovette il contrasto tra le normali necessità infantili e la consapevolezza del suo ruolo atto a stupire il pubblico. Il 12 dicembre 1769 scrive alla madre dall’Italia: “Il mio cuore è colmo di contentezza perché il viaggio è così divertente.” Vi è anche una lettera alla sorella nella quale esprime la sua nostalgia nei confronti del gattino di casa. Il piccolo Mozart, dunque, è un genio, ma anche un bambino e come tale esprime sentimenti dolcemente infantili.

Altra cosa che sappiamo del giovane talentuoso è quanto fosse dotato di una formidabile memoria, che gli permetteva di assorbire e riprodurre tutta la musica che ascoltava. A Roma ebbe modo di ascoltare il “Miserere” di Giorgio Allegri, opera di esclusiva proprietà della Cappella Sisitina che veniva conservata gelosamente e che a nessuno era mai stato concesso di copiare. Al giovanissimo Mozart bastarono due soli ascolti per trascriverne ben nove voci. Questa impresa era già stata precedentemente tentata da altri musicisti, ma tutti avevano sempre miseramente fallito a causa soprattutto della complessità della partitura.

Ma essere un piccolo virtuoso nell’esecuzione, al giovane Wolfgang non basta. All’età di undici anni egli ha già un passato alle spalle e vuole ardentemente mostrare ciò che realmente è: un vero musicista. Studia le opere di Hasse, di Handel, lavora a materiale proprio, mostrando sin dall’inizio una capacità di comporre fuori dal comune. Arrivano le prime commissioni: dalla corte del Principe Vescovo presso cui è impiegato il padre, dalla borghesia e dalla nobiltà locali, dall’Università.

È dunque da questo punto che conviene partire per tracciare questo piccolo ritratto: dalle opere giovanili (se non addirittura puerili). Il Mozart preadolescente scrive per coro e per strumenti, dividendosi tra la musica sacra e profana con oratori, sinfonie, lied e sonate. L’ordine cronologico delle opere mozartiane è tuttavia stato catalogato in modo non assoluto da Ludvig Von Kochel, che nel suo immane lavoro si scontrò con fonti talvolta inesatte. Sappiamo comunque che già nel 1767 il giovanissimo compositore aveva composto ben sei sinfonie, l’intermezzo in tre atti “Apollo et Hyacintus”, il singspiel sacro “L’obbligo del Primo Comandamento”, due Concerti per pianoforte e orchestra, una serie di brani per pianoforte solo. Lo stile è quello galante che comincia lentamente a muoversi verso quello che oggi chiamiamo  Classicismo. Sono ancora presenti gli elementi contrappuntistici del tardo Barocco, ma anche una maggiore attenzione all’armonia, quindi alla parte accordale della musica, che in Mozart presenta un rigore quasi matematico,

Ed è effettivamente interessante cimentarsi in un ascolto critico dell’evoluzione della musica di Mozart cogliendo quei cambiamenti che lo condurranno fino agli anni della maturità. Ciò accade soprattutto se si prendono in esame le quarantaquattro sinfonie (ne esiste anche una quarantacinquesima la cui autenticità è tuttavia messa in dubbio dagli studiosi) e le opere destinate al teatro. Nel primo caso, partendo dalla primissima “Sinfonia n.1 in mi bemolle K 16”, composta a soli otto anni, troviamo via via organici sempre più complessi e strutture che vanno variegandosi negli anni: La “Sinfonia Jupiter n. 41 in do maggiore K 551” completata nel 1788 mostra come l’artista maturo desideri un’orchestra ampliata nelle possibilità, e suona in maniera solenne, grandiosa e luminosa. Per quanto concerne le opere, ovvero nella musica destinata al teatro, dal primissimo singspiel “Bastien und Bastienne K 50”  (1768) a “La clemenza di Tito K 621” (1791) si assiste ad un percorso che porta dall’opera detta buffa al melodramma serio. Coeva a quest’ultima è del resto la celebre “Il flauto magico K 620” , nella quale vengono celebrati gli ideali massonici in un dualismo luce – tenebra che si conclude con il coro dei sacerdoti del Tempio Solare mentre accolgono i protagonisti “iniziati” dopo aver attraversato la notte e le difficili prove che essa celava.

Sappiamo tutti della triste fine che incontrò Mozart, a discapito del genio e della fama che ancora oggi brilla. Enrico Stinchelli, nel suo saggio “Mozart, la vita e le opere”  descrive come il decorso dell’ultima malattia dell’Artista fu rapido, e forse aggravato dal lavoro febbrile che questi dedicò alle sue ultime composizioni. Il progressivo e inesorabile decadimento fisico di Mozart gli impedì di vivere abbastanza da completare il famoso “Requiem K 626”, la cui stesura venne ultimata dall’amico e allievo Franz Xaver Submayr. La leggenda che ritrae il collega italiano Antonio Salieri intento a tessere una trama sinistra legando il Compositore Salisburghese ad un male incurabile e a un lavoro superiore alle forze è da attribuire all’opera teatrale di Peter Shaffer e, successivamente, dal film “Amadeus” di Milos Forman (1984). La verità storica documentata riporta invece che la commissione di una messa da requiem giunse a Mozart dal conte Franz von Walsegg, musicista dilettante che sembra fosse solito acquistare partiture di affermati compositori per spacciarle poi per lavori propri. Si dice inoltre che alle esequie dell’Artista, nel dicembre del 1791, partecipò solo il becchino, soprattutto a causa dell’indigenza nella quale il Musicista era precipitato negli ultimi anni. Anche questa è assai probabilmente una falsa credenza: Mozart viveva certamente in condizioni superiori alle sue possibilità, ma poté contare su discrete entrate finanziarie grazie alle commissioni e all’insegnamento privato. Certo è che la sua figura di artista indipendente, che prese forma a partire dalla scelta di abbandonare il servizio presso l’arcivescovo di Salisburgo nel 1781, fu un caso decisamente anomalo per il suo tempo, tempo in cui ancora il compositore altri non era che un membro del personale di servizio in una corte, pertanto uno stipendiato.

Oggi, a più di duecento anni dalla sua morte, la musica di Mozart dilaga nei teatri, nei lettori digitali per la riproduzione sonora, nelle suonerie dei cellulari, nelle colonne sonore al cinema. Studenti di musica che praticano quasi tutti gli strumenti si esercitano nelle sue partiture; non esistono compositori contemporanei che non lo citino tra le massime fonti d’ispirazione. La città di Salisburgo è meta di veri e propri pellegrinaggi di appassionati che desiderano respirare l’aria che egli ebbe attorno a sé. Si stima che se Mozart fosse ancora vivo e potesse essere tutelato dalle moderne leggi che regolano i diritto d’autore, sarebbe senza dubbio uno degli uomini più ricchi al mondo.

Oltre a una mole imponente di pagine scritte da decine, o forse centinaia di biografi, a Mozart vengono dedicati libri nei quali la figura del Salisburghese aleggia ostinatamente. Vale la pena ricordarne almeno due: “La mia storia con Mozart” Eric – Emmanuel Schmitt, toccante romanzo epistolare del 2005, e il recentissimo “Un anno con Mozart” di Clemency Burton – Hill.

Viviamo in un’epoca nella quale le arti, le espressioni, le nostre stesse abitudini hanno assunto l’epiteto di pop culture: se ci voltiamo per un momento e osserviamo il suo lascito, probabilmente ci accorgeremmo che nulla è più pop di Mozart.